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Itinerari
Lasciata Villacidro e proseguendo nella statale 196, dopo circa 8 km arriviamo a Gonnosfanàdiga. Percorriamo un piccolo tratto di via Nazionale e poco prima del distributore Q8 svoltiamo sulla sinistra fino a via Kennedy che ci porta alla chiesa di Santa Barbara, nostra prima tappa. Quest’edificio è stato l’unico, per secoli, a registrare nascite, matrimoni e morti. Col suo muro di cinta era la roccaforte del paese durante le incursioni barbaresche o dei predoni. Il campanile, alto 8 metri, era il posto di vedetta su tutta la vallata sottostante. La chiesa di Santa Barbara sorge su quella di Sant’Antonio Abate, risalente ai tempi dei monaci greci e considerata la più antica del paese. A essa probabilmente apparteneva l’acquasantiera che si trova a destra vicino all’ingresso principale, mentre i quadri della Via Crucis forse risalgono al primo periodo sabaudo perché le didascalie sono scritte in francese e inglese. Nella sua costruzione originaria il santuario avrebbe avuto una lunghezza di circa 10 metri e una larghezza di 5. Nel 1919 il campanile fu portato da 8 a 12 metri e nel 1924 il tetto della parte nuova fu rifatto in tegole marsigliesi. Attualmente custodisce alcune notevoli opere d’arte, fra cui un dipinto ottocentesco raffigurante la Madonna e il Bambin Gesù realizzato da un artista gonnese. Visitata la chiesa riprendiamo la strada e percorriamo via Roma fino a via Porru Bonelli. Svoltiamo a sinistra e dopo circa 200 metri troviamo piazza Vittorio Emanuele, dove sorge la chiesa di Sant’Elia / Sacro Cuore. È stata riedificata nel 1724, com’è documentato da un registro intitolato Libro de fabbrica de la iglesia de San Elias de Gonosfanadiga. La chiesa di Sant’Elia Profeta ha sempre avuto una grande importanza per gli abitanti di Fanadiga. Fu chiusa al culto nel settembre 1903 e crollò nell’aprile del 1908; un anno dopo l’ingegner Ernesto Ravot stese il progetto di un nuovo santuario. Nel 1911 furono gettate le fondamenta di quella che sarebbe diventata la chiesa del Sacro Cuore, costituita da una navata centrale con presbiterio e cappelle laterali e pareti arricchite da affreschi. Alcuni facoltosi privati contribuirono con somme ingenti e attrezzature. Numerose fontane da sempre caratterizzano l’architettura gonnese. Una delle più antiche e famose è Funtana Manna. Talvolta ce n’erano anche due per abitazione. Col nascere dei nuovi rioni furono costruiti altri pozzi, il cui sistema garantiva un rifornimento abbondante di acqua pura e fresca per il paese. Uno dei pozzi più antichi è quello del rione Cortinas. Le famiglie più facoltose ce l’avevano nel cortile di casa mentre le più modeste usavano fontane pubbliche. In altri casi le famiglie con il cortile confinante univano le proprie risorse per costruire un pozzo in comune. Dopo la realizzazione della rete idrica pubblica si aggiunsero le fontanelle, all’incrocio delle strade o in alcuni rioni poveri di pozzi. Ogni abitazione oggi è servita dalla rete idrica pubblica mentre i numerosi pozzi abbelliscono cortili e spazi pubblici. In molti di questi è ancora presente un’antica carrucola (sa tallora) di legno o di ferro. Altri ancora sono abbandonati. Dove eravamo rimasti? Nella chiesa di S. Elia, lasciata la quale torniamo in via Porru Bonelli e all’altezza della gradinata svoltiamo a destra in via Santa Severa. Dopo una bella passeggiata di circa un chilometro (camminare molto fa sempre bene) raggiungiamo la chiesetta campestre di Santa Severa, alle pendici del Monte Linas. Sorge su quella che un tempo era un’antica necropoli romana dove furono scoperte delle tombe scavate nella roccia granitica. Probabilmente fu edificata dopo l’anno Mille, ma verso il XVIII secolo rischiò di cadere in rovina come le altre chiesette campestri di San Simeone, Sant’Elena e Santa Maria di Monserrato: la grande devozione dei gonnesi per Santa Severa scongiurò il pericolo e vennero fatti diversi interventi di ristrutturazione. Dentro una nicchia nell’altare è conservata una piccola antichissima statua della santa, che non viene mai rimossa perché, come sappiamo, se la santa venisse spostata da lì si scatenerebbero violenti fenomeni atmosferici. Proprio in ragione di ciò, per la processione in suo onore viene usato un altro simulacro. I festeggiamenti avvengono il lunedì di Pasquetta. Per gli amanti del trekking, dalla chiesetta è possibile raggiungere le cime del Linas lungo una sterrata di circa 14 km percorribile a piedi, in fuoristrada o in mountain bike. Una volta arrivati in cima, lo spettacolo è assicurato. Da Santa Severa ripercorriamo l’omonima via poi proseguiamo diritti in via S. Elia. Svoltiamo a sinistra in via dei Mutilati, giriamo a destra e passiamo nei pressi della chiesa di Santa Barbara. Qui svoltiamo in via Piras e proseguiamo verso il parco comunale di Perd ‘e Pibera dove c’è l’omonima miniera (nei documenti ufficiali denominata Riu Planu Is Castangias). Nella prima metà dell’800 da queste parti erano attivi due importanti siti minerari, quello di Fenugu Sibili e quello di Perd ‘e Pibera. Come accade spesso, cercando una cosa se ne trova un’altra in modo del tutto casuale. Fu così che cercando blenda e galena fu scoperto invece il più grande giacimento sardo di molibdenite, associato ad apprezzabili quantitativi di nickel e cobalto. La ditta Giovanni Ansaldo avviò nuove ricerche a partire dal 1925. Nel 1929 la minierà passò all’imprenditore Raul Buzzo e nel 1936 i diritti per lo sfruttamento furono assegnati alla società Cogne. Negli anni Trenta vennero realizzati una moderna laveria e alcuni edifici, fra cui la residenza del direttore e alloggi per i minatori. Nel 1938 la produzione di grandi quantità di molibdenite vedeva impegnati 140 operai. La miniera funzionò a pieno regime fino al 1943, quando una parte dei nuovi macchinari - ordinati per aumentare il rendimento dell’impianto - furono perduti nell’affondamento del piroscafo che li trasportava. Da allora i lavori non furono mai ripresi. Per il calo della domanda del minerale la Cogne rinunciò alla concessione nel 1952, determinando la chiusura definitiva della miniera. A distanza di molti decenni l’amministrazione comunale ha deciso di ristrutturare il villaggio i cui edifici, recentemente restaurati, ora ospitano convegni e mostre estemporanee. La nostra visita prosegue nell’area archeologica di San Cosimo; per raggiungerla dobbiamo uscire dal paese e andare in direzione di Arbus. Dopo aver superato il ponte del Rio Terra Maistus, giriamo a sinistra in una strada sterrata. Dopo un breve tratto arriviamo al parco archeologico di San Cosimo, una tomba di giganti tra le più grandi in assoluto della Sardegna: del resto, che tomba di giganti sarebbe? I “vaghi” di collana ascrivibili al XV secolo a.C. ritrovati in uno dei sepolcri sono considerati i più antichi elementi d’importazione micenea in Sardegna.





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