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Itinerario pabillonese

Continuando l’itinerario dal sito archeologico di Neapolis, prendiamo la strada che va verso Guspini e dopo circa 7 km giriamo a sinistra al primo incrocio proseguendo per altri 4 km fino a incontrare la statale 126. Da qui andiamo dritti in direzione Pabillonis. Arrivati nel paese, al primo incrocio ci troviamo davanti alla chiesa della Beata Vergine della Neve, costruita probabilmente nel XVI secolo. È composta da tre navate, con volta a botte e due cappelle laterali. In seguito fu allungata di circa 4 metri e arricchita di altre due cappelle. Se proseguiamo dritti in via San Giovanni fino all’omonima piazza ci troviamo al cospetto della - riuscite a indovinarlo? - chiesa di San Giovanni Battista. È a navata unica, risale al XIV sec. ed è di architettura popolare. Nel campanile, che caratterizza la facciata della chiesetta, una delle due campane risale al 1594 (ricordatevi questa data quando leggerete il paragrafo sulla festa di San Giovanni). Proseguendo in via San Giovanni svoltiamo poi in vico Torquato Tasso, dove fa bella mostra di sé la Casa Museo: si tratta di un edificio storico tipico del paese, completamente restaurato. La Casa rappresenta un’importante testimonianza del passato e il suo recupero costituisce un’iniziativa di notevole valore storicoculturale. È adibita a ospitare mostre e manifestazioni culturali in vari periodi dell’anno. Per dirigerci verso San Lussorio e Nuraxi Fenu prendiamo la strada provinciale per Sardara che raggiungiamo facendo il periplo del paese in via Roma e via Sassari, tornando alla chiesa della Beata Vergine della Neve e subito dopo svoltando a sinistra. Imboccata la strada per Sardara la percorriamo per circa due chilometri e svoltiamo a sinistra in una strada di campagna dopo il ponte sul Riu Bellu. Ci inoltriamo nella campagna pabillonese e percorriamo un tratto di strade sterrate che portano fino a San Lussorio: imbocchiamo la via, che nel primo tratto è asfaltata, e andiamo dritti superando tre incroci; oltrepassati questi incontriamo una biforcazione e scegliamo quella che va a sinistra rispetto alla strada percorsa. Presa questa proseguiamo dritti mantenendo la destra e superando due incroci con piccole strade di campagna. Al terzo incrocio svoltiamo a sinistra e proseguiamo dritti fino alla sommità di una collinetta dove si trovano la chiesa di San Lussorio, il nuraghe e un boschetto di eucalipti dove si svolge la festa. Così chiamato dall’antica chiesetta dedicata all’omonimo santo, Nuraxi San Lussorio (Santu Sciori) è una costruzione nuragica risalente all’età del medio bronzo (1300 a.C.) di cui si riconoscono il bastione e alcune torri. All’inizio del XIX secolo in una di esse si scoprì un’urna contenente ossa umane, a dimostrazione che l’area del nuraghe era occupata da una necropoli. La parte emergente potrebbe essere solo quella più alta dell’intero nuraghe, che quindi sarebbe semisommerso e forse appartenente a un complesso più ampio. La stessa chiesetta di San Lussorio, dove ad agosto si svolge l’omonima festa campestre, edificata alla fine degli anni Sessanta - di quella antica esistono solo i resti un centinaio di metri più a valle, verso il fiume - poggerebbe proprio nel bel mezzo dell’insediamento nuragico. Nelle vicinanze si può ammirare il ponte romano noto come Su ponti de sa baronessa. Tornati sulla strada provinciale giriamo a sinistra in direzione Sardara fino a superare il passaggio a livello della stazione ferroviaria, superato il quale giriamo subito a destra e proseguiamo per qualche centinaio di metri fino a Nuraxi Fenu. Nel 1996, nel corso di scavi archeologici, sono stati ritrovati frammenti di ceramiche romane e una moneta del III secolo d.C. che permette di ipotizzare un’occupazione del sito in epoca imperiale. Altre prove non lasciano dubbi su un precedente passaggio di popolazioni puniche. Ancora prima, tra il 1600 e il 1300 a.C., erano presenti alcune comunità nuragiche attirate dalla fertilità del suolo e dalla presenza di corsi d’acqua. Un incendio segnò probabilmente la fine dell’occupazione nuragica.

Terrecotte e ceramica

Nella tradizionale produzione di ceramiche, in Sardegna il posto occupato da Pabillonis era quello di un centro di produzione specializzato nella manifattura di recipienti da cottura. Il fatto che Pabillonis fosse l’unico paese dove si fabbricava il vasellame da cottura giustifica l’uso del termine “specializzato”. I recipienti da cucina prodotti a Pabillonis, erano famosi in tutta la Sardegna sia per la resistenza alle alte temperature sia per leggerezza e forma pratica. La produzione era costituita da un laboratorio rurale, mentre la distribuzione era interamente nelle mani di intermediari. I ceramisti erano degli specialisti, indipendenti, che non lavoravano a tempo pieno ma secondo le richieste soggette a fluttuazioni stagionali legate alle condizioni climatiche e alle attività agricole svolte accanto alla fabbricazione di ceramica. La produzione di ceramica era importante per l’economia del paese, per i ceramisti era un’attività extra ma anche un’insostituibile fonte di reddito. La resistenza dei vasi allo shock termico era generalmente attribuita alle proprietà delle materie prime, mentre la loro durata era legata alla cura con cui venivano trattati: un tegame di media misura usato tutti i giorni aveva una vita compresa tra i dieci e i dodici mesi. Potrebbe trattarsi di un caso di “risorse speciali” legate alla combinazione tra l’argilla e la tempra usate per fabbricare i prodotti di questo paese, il che dimostra che il materiale usato a Pabillonis possedeva appunto delle qualità particolari. Insomma, alcuni fattori connessi con l’ambiente fisico sarebbero responsabili del monopolio di Pabillonis in Sardegna come centro di produzione di recipienti da cottura.

1° Festival nazionale dei Fuochi d’Artificio

Il 2 e 3 giugno del 2006 ha avuto luogo a Pabillonis la prima rassegna Fantasia di luci, dedicata al Festival nazionale dei fuochi d’artificio e promossa dall’amministrazione comunale. L’iniziativa ha contribuito a far scoprire attività impensate in un centro così piccolo: per esempio la presenza di ben tre imprese di fuochi d’artificio sulle cinque totali in Sardegna; o un’artigiana che realizza costumi tradizionali non solo riproducendoli fedelmente ma svolgendo ricerche accurate per evitare di realizzare costumi non coerenti con quelli utilizzati un tempo; o la ripresa dell’antica tradizione della terracotta e altro ancora. Nonostante alla base dell’evento ci siano tradizioni anche antichissime, il target di riferimento non è la “terza età” e lo dimostra il ruolo importante e attivo dei giovani nello svolgimento della manifestazione. Oltre all’esistenza di produttori di materiale per fuochi d’artificio, Fantasia di luci comunica la vitalità di un paese che vuol farsi conoscere, far emergere e far apprezzare le proprie abilità. La manifestazione si è svolta attraverso uno speciale itinerario per le vie del centro urbano attraverso la storia, la cultura, le produzioni artigiane: la Palazzina Liberty (ex Municipio) che ha ospitato la mostra e la lavorazione di cestini e coltelli; la parrocchiale Santa Maria della Neve; il Centro di aggregazione sociale allestito per raccontare la storia centenaria della produzione locale di fuochi d’artificio e per scoprire tutto ciò che non si sa sulla loro fabbricazione; la biblioteca comunale; le case in terra cruda (domus de ladìri). La Casa Museo, infine, ha ospitato la mostra e la lavorazione della ceramica, del pane, dei tappeti e del costume tradizionale. La manifestazione è stata arricchita da pannelli alle pareti per raccontare la storia di Pabillonis, mentre i ceramisti hanno mostrato tutte le fasi della lavorazione. In un altro spazio si è realizzata la lavorazione del pane e la sua cottura, assaggi compresi. Osservando la lavorazione al telaio si sono scoperti i segreti delle tessitrici all’opera. Musicisti e attori si sono alternati nelle piccole piazze e la sera - in località Pauli Orbaci - si sono svolti gli incredibili spettacoli pirotecnici, attrazione principale della festa.





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