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Itinerario guspinese
Giungendo da Gonnosfanàdiga sulla statale 196, prima dell’abitato troviamo a destra la chiesa di San Giorgio. Capiamo di essere arrivati anche per la presenza del centro sportivo Sa Rocca. Quella di San Giorgio è l’unica sopravvissuta fra le tante chiese campestri un tempo presenti nel territorio; tutte le altre furono sconsacrate o distrutte nel corso del XVIII secolo. L’aspetto attuale del piccolo santuario risale al 1872. La statua del santo custodita nella parrocchiale di San Nicolò è proprio di quell’anno e da allora, in occasione della festa a lui dedicata, viene ricondotta alla sua sede originaria. L’ultima domenica di maggio la chiesetta si anima: adagiato su un cocchio trainato da buoi, il simulacro del santo è condotto dalla parrocchiale al piccolo santuario, accompagnato da numerosi fedeli a piedi e a cavallo. La zona è particolarmente nota anche per le sue risorse naturalistiche e paesaggistiche: un grande blocco di granito isolato chiamato Sa rocca incuaddigada (la roccia a cavallo) si erge circondato da un fitto bosco di sughere bagnato da numerose sorgenti d’acqua. Da San Giorgio proseguiamo nella statale 196 verso Guspini arrivando in via Santa Maria, percorrendola a piedi per un bel tratto fino ad arrivare in pieno centro storico alla chiesa di Santa Maria di Malta. Chi vuole andarci in macchina deve percorrere via Santa Maria e svoltare a destra in via Roma poi a sinistra in via Libertà: alla fine della strada si trova la chiesa. Probabilmente il santuario risale al secolo XI e forse era parte di un monastero. È in stile romanico-pisano, anche se nel corso della storia ha subìto molte modifiche. Dopo il primo non ben definito periodo fu ereditata dall’ordine cavalleresco religioso dei Gerosolimitani, meglio noti come Cavalieri di Malta sebbene gerosolimitani siano detti gli abitanti di Gerusalemme. Questi monaci erano di rito greco-bizantino, infatti la statua della Madonna venerata in questa chiesa la rappresenta dormiente e non assunta in cielo secondo l’uso cattolico. All’interno si può ammirare una tela di Michelangelo Medici risalente al 1796. Da qui, procedendo sempre lungo via Santa Maria, si arriva in piazza XX Settembre dove in cima a una scalinata si trova la chiesa di San Nicolò. Eretta nei primi decenni del 600, al suo impianto a croce latina con una sola navata e due cappelle laterali si sono aggiunti l’altare settecentesco in marmo policromo, la volta a botte e altre cappelle. La facciata in stile gotico-aragonese presenta un magnifico rosone centrale di pietra. La torre campanaria è del XVII secolo, con l’orologio pubblico del 1725 del tedesco Jayme Von Stropp. All’interno troviamo un crocifisso di legno del 1634 e altri tesori d’antiquariato: una campana del XIV secolo, una croce usata durante la processione del Corpus Domini, un organo settecentesco che si trova nella cappella del Sacro Cuore. Da piazza XX Settembre percorriamo via Gramsci. Superata piazza IV Novembre andiamo dritti ma prendendo la strada leggermente a destra, in viale Di Vittorio. Da qui giriamo alla prima traversa a destra (via Spano) e arriviamo, seguendo le indicazioni, ai magnifici Basalti Colonnari presso il colle Zeppara. Sono un esempio rarissimo di monumento roccioso, unico al mondo all’interno di un centro urbano. Capolavori naturali simili si trovano solo in Islanda (presso la cascata di Swaitifoss), in Giappone (nel Parco Nazionale di Nikko) e in Sicilia. Questa formazione geologica, risalente ad alcuni milioni di anni fa (minuto più, minuto meno), si è creata in seguito a un’eruzione vulcanica: l’ascesa di una piccola quantità di magma ha conferito a queste rocce un aspetto monumentale. Gli scavi fatti per ricavare materiale da costruzione hanno messo in evidenza l’imponenza e la bellezza delle colonne di basalto, creando una suggestiva parete simile a un fascio di canne d’organo. Il primo studioso a occuparsi dei Basalti Colonnari di Guspini è stato Alberto Della Marmora, che nel 1839 ne fa un’accurata descrizione scientifica nel suo libro Viaggio in Sardegna. Spostiamoci ora verso Montevecchio. Lungo la strada che conduce al borgo sono visibili molti edifici che raccontano la storia della miniera e dei suoi cantieri di Levante. Uscendo da Guspini in direzione San Nicolò d’Arcidano giriamo a sinistra di fronte al parco comunale all’altezza di Sa Boccia, una grossa pietra di granito - dice la leggenda - caduta di tasca a un gigante distratto. Percorriamo la strada provinciale, che dopo alcuni chilometri comincia a salire. Mentre già vediamo le prime strutture della miniera, ormai abbandonate, lo scenario che si presenta ai nostri occhi è la vallata di Levante: sulla destra c’è la Diga fanghi e ai suoi piedi il Magazzino di Sciria, con la stazione da cui partiva il trenino carico di minerale per San Gavino. Continuando a salire si vedono le vasche rettangolari ancora piene d’acqua e di fronte a queste la Laveria Principe Tomaso, imponente struttura costruita nel 1887 su massicce murature di pietrame che cessò la sua attività nel 1991. Più in alto spicca il castello di Pozzo Sartori, fiore all’occhiello della miniera, e oltre la laveria s’intravede il Pozzo San Giovanni, la cui sala argani e compressori conserva macchinari integri e di notevole interesse. Il pozzo, profondo circa 300 metri, metteva in comunicazione ben sei gallerie e serviva il cantiere di Piccalinna, recentemente restaurato, costruito con pietre e mattoni a vista di colori differenti. Proseguendo sui tornanti in salita si vede il Pozzo Sant’Antonio con la sua torre merlata. Lo stile architettonico del pozzo, simile a quello degli altri edifici dei cantieri di Levante, è inseribile nel clima di revival neogotico che investì l’Europa tra fine Ottocento e inizi Novecento. Attualmente dal pozzo è possibile accedere alla Galleria Anglosarda, aperta ai turisti e visitabile su prenotazione, che riserva al visitatore un’emozionante esplorazione del sottosuolo. Proseguendo ancora, dopo qualche tornante arriviamo a Montevecchio sulla collina di Genna Serapis così chiamata in riferimento alla divinità greco-egizia Serapide, protettrice del mondo sotterraneo, invocata dai deportati che durante la dominazione romana lavoravano nelle miniere di questa zona. Qui il proprietario della miniera, Giovanni Antonio Sanna, costruì il primo di una serie di edifici imponenti e lussuosi che raccontano un passato glorioso. Nel corso di pochi anni il centro, abitato da impiegati, periti minerari e dirigenti con le loro famiglie, divenne una cittadina elegante dotata di ufficio postale, ospedale, cinematografo, foresteria e circoli ricreativi. All’ingresso del villaggio si può ammirare la bellissima palazzina della Direzione, ultimata nel 1877, con i suoi affreschi in stile Liberty. La decorazione più interessante è nel salone delle riunioni (Sala Blu), un vasto ambiente con raffigurazioni e stucchi. Un cortile interno, arricchito da splendidi dipinti, dà luce agli androni che vi si affacciano. Già da diversi anni la palazzina è aperta al pubblico e recentemente è stata arredata con mobili in stile, che riportano ai bei tempi che furono di una delle più importanti miniere d’Europa. Annessa al palazzo della Direzione è la chiesetta di Santa Barbara, protettrice dei minatori. Evidentemente la sola protezione della divinità Serapide non era sufficiente ad aiutare i minatori, ragion per cui si è aggiunta Santa Barbara: eppure, nonostante la doppia assistenza divina, i minatori continuarono a morire di fatica e malattie. La chiesa di cui sopra, edificata nel 1883, in origine era la cappella privata della famiglia proprietaria della miniera. Solo nel 1891 è diventata oratorio pubblico alle dipendenze della parrocchiale di Guspini. Al di là della collina, in direzione Ingurtosu e ormai in territorio di Arbus, troviamo i cantieri di Ponente. E proprio ad Arbus ci ritroveremo per continuare il nostro viaggio.

Il borgo minerario di Montevecchio
Frazione di Guspini che dista circa 9 chilometri dal centro abitato, la sua miniera è uno degli otto siti che compongono il Parco Geominerario della Sardegna. Fino agli anni 60, Montevecchio è stato uno dei più importanti giacimenti minerari d’Europa e oggi intende distinguersi in campo turistico sfruttando le notevoli bellezze di cui dispone. Il borgo è completamente immerso nella natura, incastonato tra le montagne degradanti verso la Costa Verde. In questo scorcio naturale si riproducono anche i cervi sardi (Cervus elaphus corsicanus): nelle ore del crepuscolo e alle prime luci dell’alba li si può vedere addentrarsi fin dentro il borgo. La storia della miniera di Montevecchio è antica. A parte le tracce di insediamenti umani in età prenuragica, nuragica, punica, romana e medievale, il primo documento che veramente attesta l’attività mineraria nel sito risale al 1628: l’Editto con cui si concedono le miniere della Sardegna a Giacomo Esquirro. La svolta arriva quando don Antonio Pischedda, sacerdote, comprende l’importanza della miniera e cerca a Marsiglia persone disposte a finanziare l’attività estrattiva. Lì incontra Giovanni Antonio Sanna, che trova i finanziatori e nel 1848 ottiene la concessione per estrarre piombo argentifero. In poco tempo, sotto la guida dell’intraprendente Sanna la miniera diviene florida e produttiva. Così i 1.100 operai impiegati nel 1867 diventano 2.000 nel 1890, quando Montevecchio è una realtà di riferimento per le miniere d’Europa. Sanna dà un forte impulso allo sviluppo dell’attività realizzando opere fondamentali: una ferrovia per facilitare il trasporto dei materiali estratti alla stazione di San Gavino; nuovi impianti per la lavorazione dei minerali comprese le laverie Sanna, Principe Tomaso e Rio. All’alba del nuovo secolo la necessità di aumentare la produzione porta alla realizzazione di nuove gallerie per scendere a maggiori profondità, così sono introdotti moderni sistemi di perforazione e si utilizza l’energia elettrica dentro e fuori la miniera. In questo periodo si costruiscono numerose abitazioni e vengono adeguate le strutture sanitarie, sociali e scolastiche. Le misere condizioni di vita dei lavoratori suscitano sempre più frequenti proteste che portano nel 1903 alla formazione di leghe di resistenza che rivendicano migliori condizioni salariali. Più tardi, durante il ventennio fascista, sono tanti gli episodi in cui la cittadinanza manifesta la propria opposizione al regime. Negli anni Trenta, allo scopo di ridurre i costi di lavorazione del minerale, nel vicino centro di San Gavino sorge una moderna Fonderia per la trasformazione del grezzo, fino ad allora praticata nella penisola con notevoli costi di trasporto. Intanto la crisi del decennio non risparmia nemmeno Montevecchio, rilevata dalla Monteponi e dalla Montecatini che creano la “Montevecchio Società Anonima Mineraria”. Negli anni Quaranta scoppia il malcontento da parte degli operai con continue manifestazioni e scioperi. In occasione del primo centenario la palazzina della Direzione ospita il Congresso Mondiale Minerario con la partecipazione di tecnici e ingegneri di tutto il mondo. Gli anni Cinquanta sono il periodo aureo di Montevecchio: sotto la guida dell’ingegner Giovanni Rolandi la miniera si trasforma e migliora le condizioni di lavoro, coniugando le esigenze della produzione con quelle umane. L’opera più significativa è la costruzione della colonia marina di Funtanazza (in territorio di Arbus), per i figli dei minatori, seconda in Europa per dimensioni e dotata di due piscine di cui una olimpionica. Gli anni Sessanta vedono il tentativo di rivitalizzare la miniera con un progetto specifico di sviluppo, il Piano Faina. Purtroppo i problemi finanziari della società aumentano e il giacimento comincia a dare segni di stanchezza, mentre la crisi del settore diventa insopportabile. Il suo capitale da privato diviene pubblico e cominciano i licenziamenti fino alla definitiva chiusura, negli anni Novanta.

La vita in miniera. Testimonianze
Quella di Guspini e Montevecchio non è solo storia di miniere ma è soprattutto storia e vita di uomini, donne e bambini che vi hanno lavorato e sofferto. La miniera ha stravolto gli equilibri sociali preesistenti e ha trasformato i ritmi di lavoro e di vita. Sono ancora in molti a ricordare e a raccontare... “Ho cominciato a lavorare in miniera nel 1947, in paese ce n’erano molti come me. Prima della guerra erano una quarantina e, mi ricordo, la domenica partivano tutti in bicicletta e tornavano di sabato ogni quindici giorni. Avevo 18 anni, ero il più piccolo. C’era il capo-zona che mi voleva bene e ho resistito per quattro anni: il mio corpo è pieno di “ricordi” come questo dito, staccato dal calcio di un asino. Uscivamo da Montevecchio come delle maschere, con gli occhi sporchi di verde. Per guadagnare di più e perché avevo lo stomaco forte andavo a recuperare cadaveri a pezzetti in fondo ai pozzi. Come ci finivano dentro i pozzi? O si rompevano le traverse delle guide o qualche ingegnere si sporgeva troppo per vedere se i minatori stavano lavorando. Inoltre ero addetto agli infortuni: quando qualcuno si faceva male andavo a fare i rilievi e difendevo i diritti degli infortunati. Abitavo nell’albergo degli operai e tornavo a casa prima una volta al mese, con il tassista che veniva a prenderci, poi ogni quindici giorni e talvolta anche ogni settimana. Ho lavorato molto e guadagnato un po’, quello era il lato migliore, però ho sempre rischiato e adesso sono molto malato. Una volta sono caduto da quaranta metri in un fornello con il legname putrido e una gran quantità di polvere: mi hanno preso che ero ormai sprofondato fino all’inguine. Ho visto la morte e alla fine non mi sono fatto niente. Questo è il ricordo peggiore, ma quando ci davano i premi da sessantamila lire era bello, eh!” “Era l’8 settembre del 1954. Quella volta, siccome mia moglie doveva partorire ed ero preoccupato, ho chiesto un permesso e sono venuto di corsa in bicicletta come un matto. Ci avevo messo due ore ma lei non partoriva: son dovuto ritornare il giorno stesso. Nel ‘49 invece c’era sciopero, 49 giorni di sciopero. Era tutto bloccato dai carabinieri. Non volevamo entrare in miniera e così siamo rientrati a piedi in quattro camminando per tutto il giorno. I crumiri erano scortati dai carabinieri perché gli scioperanti li volevano picchiare. C’erano siciliani che volevano lavorare e basta. Erano venuti fino a casa per cercarmi e mi ero nascosto. Dopo lo sciopero c’è stato il Patto aziendale, ci hanno aumentato lo stipendio e stavamo meglio. Ero andato a scuola per tre mesi perché c’era la maestra che mi si era affezionata, l’accompagnavo a casa la sera perché aveva paura. Non voleva che facessi i turni di notte. Alla fine fare tutto era faticoso e non è durato”. “Nel 1924 comincio a lavorare in miniera. Me ne hanno fatto passare, ma ero forte come un uomo: avevo certi muscoli che una volta, in ospedale, si erano spaventati e mi chiesero che lavoro facevo. Lavoro? Mi alzavo alle quattro e mezza, prendevo un caffè e con un pezzo di pane avvolto in un tovagliolo sotto le ascelle partivo scalza, al buio, all’andata e al ritorno. La pausa pranzo era da mezzogiorno all’una. Facevo molti straordinari, sono arrivata a farne 90 ore tant’è che mi hanno dato il posto di due uomini. Ero addetta alla griglia: buttavano il minerale da una grata e se rimaneva incastrato io lo dovevo far scendere. Una volta, era il primo giorno di laveria, avevo deciso di fare 12 ore anziché 8; mancavano cinque minuti alla chiusura e la mia compagna mi dice di chiudere il crivello: io prendo il ferro e questo si rompe, facendomi fare un volo di diversi metri e facendomi perdere i denti per terra! La mia collega era andata a cercare il direttore che però era in giro in carrozza, così mi hanno presa a braccetto e a piedi, sanguinante, mi hanno portata nell’ospedaletto. Per quella notte avevo dormito lì, nel camerone con le donne di Arbus. Dopo 5 giorni mi hanno tolto i punti e sono tornata al lavoro. Per l’infortunio mi avevano dato 50 lire. Dell’esperienza in miniera non ho foto, le ho buttate perché ero scalza e mi vergognavo”.





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